venerdì 23 gennaio 2009

L'autodistruzione dell'industria discografica

E' appena stato pubblicato negli Stati Uniti un interessante libro sulla crisi dell'industria discografica:
Leggo la recensione di Dwight Garnet sul New York Times del 7 gennaio.
Secondo Knopper, uno degli editor di Rolling Stone, tre sono stati i principali errori dell'industria discografica:
  • il raddoppio dei prezzi nel passaggio dal LP al CD (rispetto al quale le major discografiche erano state invece inizialmentediffidenti per paura della pirateria)
  • l'eliminazione del single, costringendo i giovani consumatori ad acquistare un intero CD per ascoltare proprio quella canzone e scoraggiando l'abitudine alla frequentazione sistematica dei negozi di musica
  • e infine, la guerra a Napster ed altri servizi di file-sharing: invece di cercare un accordo con un servizio che vantava ai suoi inizi già 26 milioni di utenti, lo hanno costretto a chiudere spingendo milioni di utenti nella clandestinità di altri siti p2p.
Il risultato è la distruzione di un intero mercato (compresi i negozi di dischi che non esistono praticamente più) e l'aver offerto la propria testa su un piatto d'argento a Steve Jobs, la cui Apple è diventata in pochi anni il maggior retailer di musica degli USA e gode oggi di una posizione quasi-monopolistica (tanto è vero che chiude il 2008 con un profitto, quando invece la Microsoft registra una perdita).
Mi è capitato spesso di dire, nel contesto di mie relazioni o presentazioni sul futuro dell'editoria elettronica, "facciamo attenzione a quello che succede nell'industria della musica, che spesso ha precorso i tempi di quella editoriale e ne ha creato le condizioni per la successiva evoluzione". Una ragione in più per prestare attenzione agli argomenti di Knopper, anche se contenuti in un libro che il recensore giudica "ungratiating" e "undercooked".